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	<title>Chiara Torassa Archivi - OIKOS ETS</title>
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	<title>Chiara Torassa Archivi - OIKOS ETS</title>
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		<title>Partire con lo Sve – ovvero come i sogni possono diventare realtà.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[oikos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Oct 2016 15:47:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Volontariato internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Cambogia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poco tempo fa pensavo che proprio in questi giorni, sei anni fa, stavo per essere catapultata dall&#8217;altra parte del mondo e iniziare la mia esperienza di SVE in Cambogia per 6 mesi. Quando ripenso a quel periodo mi rendo conto di quanto importante ed emozionante è stato e di quanto, realmente, mi ha cambiato la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.oikosets.net/partire-lo-sve-ovvero-sogni-possono-diventare-realta/">Partire con lo Sve – ovvero come i sogni possono diventare realtà.</a> proviene da <a href="https://www.oikosets.net">OIKOS ETS</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-1602 alignleft" src="https://www.oikosonlus.net/files/oikosonlus.net/2016/10/gruppo.jpg" alt="gruppo" width="385" height="288" srcset="https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/gruppo.jpg 385w, https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/gruppo-300x224.jpg 300w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" />Poco tempo fa pensavo che proprio in questi giorni, sei anni fa, stavo per essere catapultata dall&#8217;altra parte del mondo e iniziare la mia esperienza di SVE in Cambogia per 6 mesi. Quando ripenso a quel periodo mi rendo conto di quanto importante ed emozionante è stato e di quanto, realmente, mi ha cambiato la vita. Per questo vi ripropongo un articolo che avevo scritto appena rientrata dalla Cambogia ed ero appena stata assunta da Oikos. Emozioni che sono ancora vive dopo tanto tempo e che spero di poter trasmettere anche ai ragazzi che stanno per iniziare questa avventura.</p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Lucida Sans Typewriter'; font-size: 10pt;"><span style="color: #000000;">Se penso a dov’ero un anno fa a quest’ora, quasi stento a credere di aver fatto tanta strada e di essere arrivata fin qui. Non so quanto peso abbia la fortuna nelle vicende umane ma nella mia vita di sicuro gioca un ruolo importante. Mi raccontano che sono nata con la camicia, ma io credo che la fortuna a volte sia pigra e siamo noi a doverle andare incontro, con atteggiamento positivo perché è di natura positiva, perché come dice Seneca “</span><span style="color: #000000;">La fortuna è ciò che accade quando la preparazione incontra un’opportunità</span><span style="color: #000000;">”. Qualunque cosa tu vedi come “la storia della tua vita” diventa realtà, in prossimo futuro. Per questo è bene volare alto. Questa è la mia storia, di come ho cercato e trovato la mia opportunità, questo è quello che mi ha insegnato lo Sve.</span></span><span id="more-1601"></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Lucida Sans Typewriter'; font-size: 10pt;"><span style="color: #000000;">Lasciate che mi presenti. Mi chiamo Chiara Torassa, sono piemontese d’origine ma vivo da sempre nella provincia di Udine. Dopo la maturità scientifica, le idee confusissime su che facoltà intraprendere, neanche uno straccio di piano per il futuro se non la sana convinzione di voler girare il mondo. La scelta di studiare Lingue non è stata casuale, conoscere le lingue significava poter conoscere anche le culture a cui appartenevano, significava avere accesso alle persone, alle loro storie. Ed è questo che mi è sempre importato più di tutto il resto, conoscere le storie, le diverse voci che fanno il mondo. La letteratura per me è questo, nasce da qui, nasce dalla diversità, dal conoscere se stessi e dal proiettarsi sul mondo. Ho adorato gli anni di studio veneziani, immersa in un quotidiano fatto di grandi gioie, di scoperte importanti, ma anche di piccole abitudini da ricordare per sempre. Canali e biblioteche segnavano il mio mondo, la mente percorreva strade d’inchiostro e l’animo vacillava ogni volta che sentivo un aereo passare. Anni sospesi in una dimensione magica ma che hanno acquisito un senso ancora più importante quando, dall’essere solo oggetto di studio, le lingue sono diventate la chiave per aprire delle storie, storie spesso dolorose di gente venuta da lontano, gente che masticava a fatica l’italiano e che necessitava solo di essere ascoltata. Il tirocinio universitario io ho scelto di farlo al Centro Servizi per Stranieri del Comune di Udine, dove ho avuto la fortuna di conoscere una persona per me fondamentale, da tanti anni alle prese con un servizio difficile, ma ancora animato da una passione contagiosa. La prima volta che sono entrata al centro, ancora non sapevo che da quel momento la mia vita non sarebbe mai più stata la stessa, ma sentivo di essere al posto giusto nel momento giusto. Avevo trovato la mia strada. Sono stati forse i giorni che ho passato lì a far maturare dentro di me l’idea di voler partire. Voglio dire, quella c’era sempre stata, ma da quel momento in poi è diventata un’esigenza, un’esperienza senza la quale non sarei riuscita a capire mai veramente la realtà che avevo intorno. Sono state le chiacchierate con Renzo davanti a un panino durante la pausa pranzo o discutendo dei progetti di cooperazione da lui sostenuti a farmi decidere. Sarei partita, non importa dove e quando ma sarei partita. </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Lucida Sans Typewriter'; font-size: 10pt;"><span style="color: #000000;">Nella vita però, le decisioni anche più importanti hanno bisogno del tempo e dell’occasione giusta per sbocciare, arrivano nel momento in cui si è pronti quindi è passato ancora del tempo prima che riuscissi a mettere in pratica i miei propositi. Nel frattempo avevo iniziato a lavorare per un’associazione di Udine che operava nel campo dell’immigrazione e dell’housing sociale. Un lavoretto di poche ore ma che mi metteva costantemente a contatto con nuove storie, nuove sfide, e grandi soddisfazioni. Un lavoro che mi ha preso molto a livello emotivo e che mi ha riempito di nuovi stimoli. Per natura sono curiosa e il tempo libero lo passavo a conoscere l’attività di varie associazioni, gruppi, nel volontariato, ovunque ci fosse fermento intellettuale e umano. Il movimento genera movimento e alla fine così è stato. </span></span></p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-1604 alignright" src="https://www.oikosonlus.net/files/oikosonlus.net/2016/10/123456-608-1024x768.jpg" alt="123456-608" width="315" height="236" srcset="https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/123456-608-1024x768.jpg 1024w, https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/123456-608-300x225.jpg 300w, https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/123456-608-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Lucida Sans Typewriter'; font-size: 10pt;"><span style="color: #000000;">Nell’estate 2010, dopo essermi laureata, dopo aver concluso il tirocinio per insegnare l’italiano agli stranieri, l’ho sentito. Un cambio nella direzione del vento, vorrei dire. Era arrivato il momento di partire. Ho lasciato tutto, il lavoro, gli amici, gli affetti e mi sono messa alla ricerca. Avrò mandato centinaia di curricula, scartabellando qualsiasi sito di mobilità giovanile, qualsiasi programma per passare un periodo all’estero. Avevo in mente l’Africa perché, non so come mai, ma l’ho sempre avuta nel cuore ma non avevo preferenze. Partivo per conoscere, qualsiasi cosa, prima di tutto me stessa. Parecchie risposte negative, molte non risposte, l’umore in caduta libera ma la consapevolezza che prima o poi era nel mio destino e che valeva la pena fare ancora un tentativo. Finchè, tra le tante email di risposta, la convocazione al colloquio di selezione per un periodo di Sve in Cambogia presso Eurocultura di Vicenza. “Sì, vabbè, Eurocultura, il mostro sacro della mobilità giovanile, figurati se prendono me!”. Mi sono presentata al colloquio senza aver la minima idea di cosa aspettarmi, decisa a dimostrare solo la mia strenua volontà di partire. A farla breve, tre mesi dopo ero su un aereo con destinazione Phnom Penh, nel regno di Cambogia, gioia e dolore del Sud-Est asiatico. Assieme ad altri undici europei abbiamo intrapreso questa avventura straordinaria, siamo cresciuti, ci siamo conosciuti, siamo saltati tutti insieme nel vuoto e siamo atterrati in una realtà che ci ha stravolto la vita, il modo di pensare, il modo di essere. Nessuno di noi aveva ben chiaro cosa avremmo fatto in Cambogia durante il periodo dello Sve, ma ognuno di noi ha trovato una sua dimensione. Ovviamente i problemi ci sono stati, associazioni partner che non rispettavano i progetti, volontari lasciati allo sbaraglio, ma alla fine tutti, con grande impegno, siamo riusciti a dare un senso al nostro stare là, abbiamo lavorato per lasciare qualcosa e portarci a casa non solo il valore personale dell’esperienza, ma qualcosa di più, anche solo un dettaglio minimo, ma qualcosa di nostro. Ancora una volta sono stata molto fortunata. Lavoravo nell’associazione partner del progetto, BBJShare Cambogia, con il collega migliore che potessi trovare con cui ho passato sei mesi splendidi, da cui ho imparato molto ed è stato in particolare grazie a lui se dalla Cambogia sono tornata con un bagaglio di esperienze anche professionali. Mi ha insegnato molto, sopportando le mie mille domande, risolvendo i miei drammi anche quando era nel pieno del lavoro, dimostrandomi quanto lavorare in team sia non sempre scontato ma certamente il migliore. </span><span style="color: #000000;"> </span><span style="color: #000000;">Il nostro lavoro a BBJShare era vario e variegato, abbiamo creato il sito internet del progetto, abbiamo seguito i progetti delle altre ONG per realizzare filmati e reportage, abbiamo organizzato i workshop culturali. Insomma tutte cose assolutamente nuove per me, lontane dai miei libri di letteratura inglese, ma che mi hanno appassionato fin dal primo istante. Contemporaneamente ho potuto condurre una ricerca personale sulla situazione delle ragazze e i matrimoni organizzati in Cambogia, ho ascoltato tante storie e ho imparato a sospendere il giudizio, a non imporre alle cose la mia forma mentis europea, ma a considerare le cose da molti e sfaccettati punti di vista.<img decoding="async" class="wp-image-1603 alignright" src="https://www.oikosonlus.net/files/oikosonlus.net/2016/10/DSC06810-1024x768.jpg" alt="dsc06810" width="285" height="214" srcset="https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/DSC06810-1024x768.jpg 1024w, https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/DSC06810-300x225.jpg 300w, https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/DSC06810-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 285px) 100vw, 285px" /></span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Lucida Sans Typewriter'; font-size: 10pt;"><span style="color: #000000;">Sei mesi passano in fretta, e presto ci siamo trovati tutti a fare i conti con il fatto che di lì a poco saremmo stati di nuovo in Italia, con la scarsità di lavoro, con la voglia di ripartire, con la necessità di dare una direzione alla propria vita. Per quanto mi riguarda, io tornavo con la consapevolezza di voler lavorare nel settore della cooperazione, un’idea vaga, è vero, ma quella che sentivo più affine al mio modo di essere, storie da ascoltare e un costante impegno verso il mondo. Purtroppo però questa mia profonda passione era accompagnata dal sentimento disilluso di sapere quanto fosse difficile anche solo sperarlo.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Lucida Sans Typewriter'; font-size: 10pt;"><span style="color: #000000;">Invece la mia buona stella mi deve aver ascoltato, mentre lanciavo preghiere disconnesse al fiume Mekong, nella speranza che da qualche parte alla fine arrivassero. Appena tornata in Italia, una mia amica mi dice che una piccola ONG di Udine cercava un cooperante da mandare in Brasile per seguire un progetto sul commercio di frutta. Al solo pensiero di me, laureata in Letteratura Postcoloniale, addetta al commercio della frutta mi veniva da ridere, ma il curriculum l’ho mandato lo stesso. Sapete, dopo le mille avventure e le sfide, dopo essermi immersa in un Paese all’altro capo del mondo senza paura perché in ogni caso niente è così grave come potrebbe sembrare, sento davvero di avere una marcia in più. Chiamatela come volete autostima, consapevolezza, incoscienza, ciò che importa è sentire di avere delle solide basi sui cui costruire la propria vita e la base fondamentale è costituita da noi stessi e dal nostro rapporto con gli altri. Per questo il colloquio è andato bene. Perché ci credevo. Credevo nel lavoro che mi proponevano e credevo in me stessa. L’incontro con Oikos è stato da subito amore a prima vista, non ho sentito le campanelle suonare, ma ho sentito che condividevo con queste persone una missione, un modo di vedere il mondo, di determinare le proprie scelte. Ovviamente sono consapevole del fatto che al momento sono poche le ONG disposte ad assumere, e questo fa onore a Oikos perché in questo mare magnum della solidarietà, trovare chi è disposto a riconoscere e dare dignità al lavoro di chi si impegna a fare cooperazione, non è scontato. Per cui adesso vi scrivo da un paesino minuscolo immerso nel cuore caldo del Brasile per seguire questo progetto che porterà alla realizzazione di un laboratorio di succhi e polpe di frutta che darà lavoro ai giovani della zona. </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Lucida Sans Typewriter'; font-size: 10pt;"><span style="color: #000000;">Questo è stato per me lo SVE, l’inizio di una vita vivace e policromatica, segnata dalla consapevolezza dell’importanza dell’azione e soprattutto, del credere. In noi stessi prima di tutto. La vita che sognavo.</span></span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-1605" src="https://www.oikosonlus.net/files/oikosonlus.net/2016/10/pinocchio-058-1024x768.jpg" alt="pinocchio-058" width="272" height="204" srcset="https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/pinocchio-058-1024x768.jpg 1024w, https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/pinocchio-058-300x225.jpg 300w, https://www.oikosets.net/files/oikosonlus.net/2016/10/pinocchio-058-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Progetto Dupla Pàz, Colombia: il racconto di Giovanni Tonutti (terza parte)</title>
		<link>https://www.oikosets.net/progetto-dupla-paz-colombia-il-racconto-di-giovanni-tonutti-terza-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[oikos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jul 2016 10:40:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Torassa]]></category>
		<category><![CDATA[Dupla Paz]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Tonutti]]></category>
		<category><![CDATA[Harold Montufar]]></category>
		<category><![CDATA[OIKOS onlus Udine]]></category>
		<category><![CDATA[Susanna Svaluto Moreolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo giunti alla terza e ultima puntata del racconto di Giovanni Tonutti sul viaggio in Colombia assieme allo staff di OIKOS Onlus. Buona lettura! Le diverse associazioni presenti ai numerosi incontri che in questi giorni frenetici a Samaniego riusciamo a conoscere ci spiegano che la pace non sanno bene cosa sia, ma che sperano tanto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.oikosets.net/progetto-dupla-paz-colombia-il-racconto-di-giovanni-tonutti-terza-parte/">Progetto Dupla Pàz, Colombia: il racconto di Giovanni Tonutti (terza parte)</a> proviene da <a href="https://www.oikosets.net">OIKOS ETS</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo giunti alla terza e ultima puntata del racconto di Giovanni Tonutti sul viaggio in Colombia assieme allo staff di OIKOS Onlus. Buona lettura!</p>
<p>Le diverse associazioni presenti ai numerosi incontri che in questi giorni frenetici a Samaniego riusciamo a conoscere ci spiegano che la pace non sanno bene cosa sia, ma che sperano tanto di poterla fra poco accarezzare, anche se i meglio informati ci spiegano che sta iniziando l’”epoca post conflitto” che dovrebbe durare fra i 15 e i 20 anni.</p>
<p>Gli occhi di Ferdinando si spalancano, “sì Ferdinando, fra i 15 e i 20, che forse saranno ancora più duri e violenti degli ultimi 20 anni di guerra – stando a quanto stimano alcuni illustri intellettuali colombiani – ma il popolo colombiano e le popolazioni indigene delle Ande se la sono già messa via”. Sarà dura ancora per molto tempo, ma almeno si può forse cominciare a guardare al futuro con un po’ di ottimismo, seppellendo sotto terra oltre all’ascia di guerra anche la richiesta di giustizia ….</p>

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<p><span id="more-1026"></span></p>
<p>Per salvare il futuro e la dignità dei propri figli. Persone con le famiglie distrutte per mano violenta, sopravvissuti di ogni età, persone ormai sole, si alternano venendo a salutarci e a chiedere semplicemente di fare una foto insieme a loro, una foto da mostrare ai figli rimasti invalidi in seguito a uno scontro a fuoco…… queste cose dalle nostre parti succedono a Totti, a Messi, a Cristiano Ronaldo….. nel Narino ricevere la visita di 5 italiani, di una ong che per ora può solo portare speranze, impegno e formazione, dopo un viaggio di 11mila km risulta una cosa molto singolare. Siamo accolti a braccia aperte e le aspettative per il progetto che portiamo (e che loro ci chiesero) sono decisamente molto molto alte……… speriamo di esserne all’altezza.</p>
<p>Le giornate proseguono e, nonostante la mia pressione sanguigna mi fiacchi (l’altezza di questi posti sul livello del mare è troppo elevata per me che normalmente sono a rischio di rialzo pressorio), continuiamo a incontrare gente che ci apre le porte delle loro case, ansiosi di mostrare quanto hanno da dare. Incontriamo caffeteros stretti nella morsa dei grandi compratori che decidono in modo unilaterale il prezzo di acquisto al produttore, associazioni di famiglie agricole che ci fanno assaggiare il vino di arancia e ci chiedono di non dimenticarci di loro. Saliamo sino a 3200 metri per incontrare la comunità di Santa Cruz, a due passi dal cielo, dove veniamo ospitati dopo una mattinata di confronto sul processo di pace e sulla condizione delle comunità andine, tanto ricche di natura e potenzialità, quanto isolate perché prive di strade percorribili che consentano ai campesinos di poter vendere i loro prodotti nei grandi mercati urbani.</p>
<p>I giorni seguenti non sono meno emozionanti, incontriamo i famosi indigeni del Sande. Sono una sparuta rappresentanza di una comunità indigena intercomunale che vive in un posto decisamente remoto in mezzo alla cordigliera andina. Per venire ad incontrarci hanno impiegato 2 ore di auto precedute da 8 ore di cammino, ma sono arrivati. No, non hanno le penne sulla testa e la faccia dipinta, non hanno la corrente elettrica dove vivono ma sono assolutamente secolarizzati. Vestono magliette, jeans e scarpe da ginnastica. Sono due uomini e una ragazza, i cui occhi sono neri e profondi. Il cellulare che le esce dalla tasca del giubbino mi fa fare subito una domanda maliziosa “come fai a caricare il telefono se vivi in un posto remoto e non avete la corrente elettrica?”. La domanda non è banale e la risposta ancora meno. “da pochi anni abbiamo installato dei pannelli solari ad uso comunitario, e quando abbiamo i cellulari scarichi li attacchiamo al pannello e li mettiamo in carica, sono a disposizione di tutta la comunità”. Tecnologia pulita e spiccato senso comunitario: SANDE – FRIULI 2-0.</p>
<p>Dal confronto con i rappresentanti del SANDE nasce l’idea di un nuovo progetto, uno dei compiti per casa da preparare per il prossimo anno. Gli indigeni, dimenticati dal Governo e da chiunque, da soli stanno costruendo la strada di accesso alla loro comunità, ci chiedono un mezzo che serva da ambulanza, un dispensario, una scuola media per i bambini dei 20 villaggi della comunità e  …. ATTENZIONE….. un luogo di recupero spirituale, una specie di carcere, di luogo di detenzione e recupero. “Un carcere? Ma come fate a chiederci di aiutarvi a costruire un carcere?” È a questo punto che comprendiamo a pieno il valore del regime della giustizia autonoma delle comunità indigene. La Giustizia dello Stato centrale non arriva sino alle loro comunità, ne consegue che i criminali locali (ultimo esempio: un padre che aveva stuprato la figlia) girano per i villaggi impuniti e continuano a costituire un pericolo per la comunità, così come la bandiera delle FARC è libera di sventolare nel cielo del SANDE riconoscendo legittimità ai militari irregolari che continuano ad agire indisturbati. Guardo subito con freddezza alla loro determinazione nel continuare ad esercitare un proprio regime giuridico, quasi autarchico. Poi ci spiegano che proprio la loro Giustizia li ha salvati e gli ha permesso di sopravvivere, la loro Giustizia e il loro senso comunitario.</p>
<p>È da solo un anno che le grandi multinazionali minerarie erano pronte a sbancare il loro territorio, ricco di oro e minerali preziosi. Forti delle licenze sempre generosamente elargite dai Governi nazionali i nuovi coloni erano pronti a fare scempio del grande altipiano del Sande e pronti a creare una nuova comunità di sfollati. È stato il senso comunitario , il senso di appartenenza alla loro terra, e la loro autonomia giurisdizionale che hanno consentito alla Comunità del Sande di stoppare le concessioni e impedire trivellazioni, sfollamenti e apertura di miniere e ancora sfollamenti. Per chi viene da una terra dove l’autonomia viene sbandierata a destra e sinistra e negli ultimi anni si è spesso ridotta a pretesto per far parlare friulano nelle scuole, capire la portata di questa forma di resistenza non è cosa facile…… ma piano piano ci arriviamo anche noi.</p>
<p>Il desminado umanitario. Ma che roba è? Desminado? Cosa significa? Significa che molte zone andine sono cosparse di mine antiuomo (solitamente prodotte in provincia di Brescia – nella civilissima Italia che produce). Il desminado umanitario è una proposta, che viene dal basso, di ottenere che gli eserciti irregolari che hanno piazzato le mine provvedano allo sminamento e alla riabilitazione delle terre a rischio. L’idea sembra semplice, lo è , è semplicemente geniale, ed è anche per questo che deve essere presa in seria considerazione nell’ambito del processo di pace in firma a Cuba. Lo chiedono gli indigeni, lo chiedono i caffeteros, lo chiedono i cocaleros, lo chiedono le migliaia di sfollati (desplazados) che hanno dovuto abbandonare le loro dimore, lo chiede il popolo colombiano che vuole la pace.</p>
<p>È un viaggio che io, Chiara, Tiziana, Laura e Ferdinando non dimenticheremo facilmente. Ci resteranno sempre nel cuore le persone incontrate e vorremmo rincontrarle, continueremo a lavorare con loro, continueremo a stare con loro.</p>
<p>Harold Wilson Montufar Andrade è stato sequestrato 6 volte, e con i suoi rapitori ha stretto accordi di pace, Harold ha pubblicamente affrontato (dialetticamente si intenda) Salvatore Mancuso – storico capo dei paramilitari e del narcotraffico, portando anch’esso a firmare atti di pace e di tregua. Harold ha fatto della sua città l’unica città di pace in Colombia per 3 anni. Harold non piace alle mafie, ai narcotrafficanti, a chi compra i voti, a chi vive sulle spalle della povera gente. Harold ora lavora nel sociale, per una Colombia migliore e noi siamo fieri di lavorare con lui, con Jaimes, con James, con Karol Estefania, con Truilljo, con Claudia, con Jobana, con tutta la sua gente.</p>
<p>Sempre mi rimarranno nel cuore le parole del padre di Harold, uomo di 80 anni, pieno di dignità e sobria intelligenza. “Harold è una persona che pensa, per questo deve stare nelle Istituzioni, in Colombia non abbiamo gente che pensa nelle Istituzioni e Harold è una persona che pensa”….. per questo non sta più nelle Istituzioni……</p>
<p>Arrivederci Harold, arrivederci Samaniego, arrivederci Narino, arrivederci Colombia……. Hermano Quechua sta portando la colomba della Pace.</p>
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		<title>Progetto Dupla Pàz, Colombia: il racconto di Giovanni Tonutti (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2016 16:26:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Colombia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I giorni passano troppo in fretta, pubblichiamo la seconda puntata di tre del viaggio di Giovanni Tonutti e di parte dello staff di OIKOS in Colombia. Buona lettura!</p>
<p>[&#8230;] Le giornate successive sono un susseguirsi di emozioni e di incontri. Giornate di un’intensità vibrante e coinvolgente come raramente ho vissuto in vita mia. Harold ci introduce alla rigogliosa natura delle montagne andine in mezzo alle quali vivono storie incredibili di comunità che resistono. A farci da guida sono Harold e James (da non confondere con Jaimes, l’autista), suo amico storico con cui Harold ha condiviso gioie, dolori e preoccupazioni dell’avventura di Sindaco e di mille altre battaglie.</p>
<p>Dall’alto campeggia la scritta “Bienvenidos en Samaniego” e tutto il resto è verde, verde, verde ma condito di mille colori. Mille colori come quelli del mercato di Samaniego, fatto con una struttura molto essenziale (fra l’altro costata non pochi pesos alle casse del Municipio) ma molto efficace. Un mercato dove i colori della frutta si mescolano agli sguardi intensi dei contadini che sono venuti sino in paese a vendere i loro prodotti. Contadini che nella notte fra le due giornate di mercato rimangono a dormire in terra, vicino alle loro bancarelle, perché nessuno sinora ha pensato di fornire loro una sistemazione più dignitosa. Il paese sarebbe ricchissimo di risorse ma è semplicemente strozzato da una guerra civile che dissangua la gente e prosciuga le casse della Pubblica Amministrazione.<span id="more-1018"></span></p>

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<p>Chi viene in Colombia, soprattutto se figlio dei sogni di libertà e rivoluzione di guevariana memoria, pensa che “meno male che ci sono le FARC che resistono insieme alla gente, meno male che il paese non è lasciato in mano ai paramilitari”. Ci spiegano e capiamo subito che le FARC hanno da decenni perso ogni ideologia di ispirazione rivoluzionaria e sono ormai ridotte a una forza armata che ha la sola finalità di controllare il commercio della cocaina.</p>
<p>Sono dei pazzi sanguinari esattamente come i paramilitari e come l’ELN (l’Esercito di Liberazione Nazionale, il braccio armato della sinistra più radicale), l’ideale per cui erano nate si è dissolto, ciò che conta sono solo il controllo dei campi di coca e la vendita del prodotto finito.</p>
<p>Lo capiamo da soli, prima ancora che ce lo spieghino. Lo capiamo dopo che ci vengono raccontate alcune delle gesta più recenti delle FARC: famiglie smembrate all’interno delle proprie case, padri di famiglia sterminati dall’oggi al domani senza motivo, vendette sanguinose senza dimostrare alcuna pietà per donne, anziani, bambini.</p>
<p>Sì la guerriglia di sinistra o gli eserciti irregolari di destra sono entrambi stati in grado di sgozzare bambini inermi, donne e di produrre il peggior tipo di atrocità alla luce del sole. Sono questi i primi racconti che ascoltiamo mentre passeggiamo per il coloratissimo mercato di Samaniego.</p>
<p>Ma è il giorno seguente che comprendiamo a pieno cosa significa vivere da 50 anni dentro un autentico film dell’orrore, ambientato in una terra di una bellezza paradisiaca, abitata da gente in grado di accoglierti con sorrisi incredibili e occhi scuri e pieni di speranza….. speranza nonostante tutto quello che hanno passato…… tutta la violenza vissuta che per chi è nato e vissuto lì è normalità.</p>
<p>Ma la violenza e i soprusi fanno male, e in queste zone la gente è capace anche di amore, di tanto amore ed è in grado di distinguere fra il bene e il male, è in grado di capire che, nonostante la normalità sia sempre stata pazzesca, c’è anche un’altra normalità fatta di pace e di amore.</p>
<p>Ed è proprio per la speranza di pace e di amore che il popolo Colombiano sta mettendo sul piatto dell’accordo di pace, che nei prossimi giorni si spera venga firmato a L’Avana, grosse rinunce, talmente grandi che per qualunque altro paese segnerebbero una sconfitta della democrazia.</p>
<p>Sì perché riconoscere agli eserciti armati lo status di partito politico e il diritto a occupare un buon numero di scranni per i prossimi tre mandati elettorali – a prescindere dai voti che riesce ad ottenere – è un grosso prezzo da pagare. È come se in Italia si decidesse di fare un accordo con la mafia consentendo a Totò Riina o ai Casalesi di sedere comodamente in Parlamento e magari guidare pure un paio di ministeri.</p>
<p>Da noi una rinuncia del genere segnerebbe la fine della democrazia (o di quel che resta della democrazia di matrice ellenica). Ma da noi, nella civilissima ed evoluta Italia, il patto Stato-Mafia per fortuna non è mai esistito…… o mi sbaglio? In Colombia questa rinuncia significa il possibile inizio di un sogno, perché la contropartita a tali privilegi politici è il DEPONETE LE ARMI E LASCIATE Il NARCOTRAFFICO E I CAMPI DI COCA.</p>
<p>Un paese senza armi è oggi ancora un sogno per i Colombiani, che a testa alta guardano al domani con ottimismo e tengono le dita incrociate…. Perché dopo decenni di violenza, oltre la grande rinuncia, oltre una giustizia che forse non arriverà mai, i Colombiani vedono splendere il fratello Quechua, il grande arcobaleno della pace. La Pace che le forze in campo stanno in questi giorni firmando a l’Avana.</p>
<p>Senza giustizia? Si senza giustizia…. Ce lo spiegano le numerose associazioni che incontriamo il giorno seguente in un contesto di una bellezza paradisiaca, con una vegetazione verdissima, una natura selvaggia ma comunque piegata alle sapienti mani dei coltivatori di caffè……. Ma non c’è solo il caffè sui ripidi pendii verdi delle montagne che ci sovrastano. Gli appezzamenti più scuri sono piantagioni di caffè – ci spiegano – quelli più chiari sono piantagioni di coca…… ebbene sì eccola lì la coca, spesso coltivata da chi ha sempre e solo coltivato coca o da chi, pur volendosi convertire ad altro tipo di colture viene costretto con la forza e con le armi a coltivare la pianta dalle foglioline magiche.</p>
<p>La parola passa alle associazioni che lavorano nel sociale, con le famiglie, con i contadini, con i più deboli, con le comunità indigene, con le vittime …. Con le vittime???????? Sì le associazioni delle vittime di violenza qui sono una realtà diffusa e consolidata, perché diffusa e consolidata è da decenni la violenza inaudita contro gente inerme. Ci raccontano di famiglie massacrate, di bambini che hanno visto il martirio dei loro genitori, di grandi uomini in mimetica senza il minimo scrupolo, di una pace che forse fra poco arriverà, grazie ad una colomba che viaggerà, si spera presto, da L’Avana a Bogotà. E torna ancora a tenere banco il prezzo che il popolo colombiano deve pagare a chi oggi lucra sulla pelle della povera gente per vendere la cocaina, la stessa cocaina che poi viene pippata nei palazzi della gente bene delle maggiori metropoli del mondo, comprese quelle italiane, della stessa cocaina di cui si trovano sempre più tracce nei Navigli che solcano i canali della nuova Milano post Expò.</p>
<p>Il prezzo è anche non sapere chi sta trattando a l’Avana per conto delle vittime. Chi sta tutelando gli interessi di chi si è visto la famiglia falcidiata e massacrata senza motivo? Questa gente avrà mai giustizia? Pare la questione sia secondaria, in netto subordine rispetto alle richieste di accreditamento delle FARC a farsi riconoscere partito politico, dietro le richieste degli Stati Uniti a vedere tutelate le proprie postazioni petrolifere del Nord della Colombia, dietro le richieste dei trafficanti di oro, minerale di cui la Colombia abbonda, dietro le richieste di chi, dopo decenni di brutalità, pretende l’amnistia e la piena riabilitazione, dietro una serie innumerevole di richieste che nulla hanno a che fare con la parola Giustizia……. Richieste che, se soddisfatte, il popolo colombiano spera possano portare alla pace.</p>
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		<title>Progetto Dupla Pàz, Colombia: il racconto di Giovanni Tonutti (prima parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2016 14:57:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scorso febbraio alcuni membri del Consiglio Direttivo, associati e membri dello staff di OIKOS atterrarono in Colombia per l&#8217;avvio del Progetto Dupla Pàz, guidati dal mitico Giovanni Tonutti. Racconteremo in tre puntate il resoconto e le impressioni di questo viaggio sud americano. &#8220;Bogotà, 4 febbraio 2016. Sono le 18.00 ora locale quando le porte [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso febbraio alcuni membri del Consiglio Direttivo, associati e membri dello staff di OIKOS atterrarono in Colombia per l&#8217;avvio del Progetto Dupla Pàz, guidati dal mitico Giovanni Tonutti.</p>
<p>Racconteremo in tre puntate il resoconto e le impressioni di questo viaggio sud americano.</p>
<p>&#8220;Bogotà, 4 febbraio 2016. Sono le 18.00 ora locale quando le porte scorrevoli di accesso alla grande hall dell’aeroporto della capitale colombiana si aprono e dall’altra parte vedo Harold.</p>
<p>Erano quasi 10 anni che non ci incontravamo. 10 anni di scambi via mail, skype, telefonate, social media e ora finalmente è arrivato il momento del tanto sospirato abbraccio. Sono sinceramente emozionato, lo guardo e trovo in un lampo la sintonia con cui ci eravamo salutati a Porto Alegre nel 2006, quando entrambi avevamo partecipato al meeting internazionale sul bilancio partecipativo.</p>

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<p><span id="more-978"></span></p>
<p>Il destino ha voluto che lui la sua politica partecipativa nella sua città l’ha realizzata, a Udine nessuno dei bei propositi del tempo è stato realizzato. Una classe politica &#8220;provincialotta&#8221; e prevedibile ha negli anni fatto carta straccia di tutta l’esperienza di apprendimento delle prassi di partecipazione democratica imparate dalle importanti esperienze latinoamericane. E quella di Samaniego, piccola città della provincia colombiana del Narino, è sempre stata una delle esperienze in assoluto più significative in termini di partecipazione popolare e di risultati concreti cui la stessa ha portato. Harold è stato sindaco di questo gioiellino urbano incastonato fra le Ande ai confini con l’Ecuador, che fra il 2004 e il 2007 è diventata l’unica città colombiana in stato di pace. Quando l’ho conosciuto era sindaco e all’età di 36 anni era già stato rapito 6 volte dai diversi gruppi armati che hanno insanguinato la Colombia negli ultimi 50 anni. Ora dirige una ONG con sede a Pasto (la vicina capitale del Narino)  e Samaniego e si occupa di progetti di sviluppo economico e sociale, sempre vicino a chi soffre, sempre vicino a chi resiste …  nonostante tutto.</p>
<p>La luce negli occhi di Harold è la stessa di 10 anni fa, anche questa volta basta uno sguardo per capire che ci saremmo nuovamente capiti e intesi. Ha fatto 800 km per venire ad accoglierci in aeroporto, ha fatto 800 km per dirci BENVENUTI e accompagnarci nella notte sconosciuta di Bogotà (mostro urbano di 8 milioni di persone che dimorano a 2500 metri sul livello del mare).</p>
<p>Passiamo una mezza giornata a Bogotà e al pomeriggio prendiamo un volo per Pasto. Si atterra in mezzo alle Ande, lo spettacolo è mozzafiato e il verde è dell’intensità tipica del paesaggio pluviale latinoamericano. Harold ci fa scendere dall’aereo e ci presenta un po’ di persone, fra cui la sua splendida figlia Karol Estefania, 21 anni, laureanda in medicina e animata da un rapporto di tale fiducia ed empatia con il padre che spero anche io sarò in grado di far crescere con mia figlia Luisa. Guardo con grande ammirazione il feeling e la stima reciproca che caratterizza il rapporto fra Harold e Karol. Passano un paio di minuti e veniamo presentati a un po’ di altre persone del comitato di accoglienza. Primo fra tutti lo storico autista di fiducia di Harold, Jaimes.</p>
<p>In questa avventura la delegazione di OIKOS è ben nutrita e assortita. Io, Chiara (colonna portante dello staff di Oikos) e Tiziana (del consiglio direttivo dell’associazione) siamo accompagnati da Laura e Ferdinando, curiosi e animati come al solito da un’elegante discrezione, venuti in ascolto qui sulle Ande, nel “rincon” più remoto della Colombia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.oikosets.net/progetto-dupla-paz-colombia-racconto-giovanni-tonutti-parte/">Progetto Dupla Pàz, Colombia: il racconto di Giovanni Tonutti (prima parte)</a> proviene da <a href="https://www.oikosets.net">OIKOS ETS</a>.</p>
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